Cultura

'La Postilla Amiatina' a 930 anni di distanza

Ad Abbadia è stata presentato il libro “La Postilla amiatina” Edizioni Heimat, che ripercorre la storia della cittadina tra attualità e cultura

Dopo l’introduzione del presidente dell’OSA Nicola Cirocco che ha ringraziato il professore Giancarlo Breschi per aver messo a disposizione la relazione tenuta al Convegno di Abbadia San Salvatore nel 2007 e gli interventi di Mario Marrocchi, Lauro Seriacopi e Cesare Moroni, si è aperta la discussione e con un contributo in calce alla presente lo studioso Sandro Bilei ha messo in rilievo l’importanza di questo documento.

Abbadia non deve il suo nome soltanto all’illustre cenobio, sorto quasi milletrecento fa in un luogo dove forse si trovavano ancora i resti di antiche are pagane, come recenti indagini archeologiche ci hanno indicato. Abbadia deve al suo monastero quasi tutta la sua vicenda storica e la sua stessa esistenza in quanto agglomerato urbano, fondato nel periodo di massimo splendore del convento.

La facciata romanica di quella chiesa, voluta dall’abate Winizo nei primi anni del secolo XI, è forse l’immagine che più di ogni altra simboleggia il paese, riassume e rievoca il suo divenire nei secoli, dato che assai probabilmente il borgo incominciò a svilupparsi proprio quando la grande chiesa abaziale venne costruita. La storia dell’antico cenobio ha accompagnato, per quasi dieci secoli, quella del paese, fino al quel 1782 quando ha avuto termine, in un’epoca e in un contesto profondamente differenti da quelli che li aveva visti sorgere l’uno dall’altro.

“Pochi decenni dopo la costruzione della grande chiesa in un giorno d’inverno, il notaio Rainerus, in una stanze interne del convento, stava redigendo un atto nel quale un abitante del contando prossimo, di comune accordo con la moglie, donava alcune sue proprietà all’Abbazia di San Salvatore. Appena ebbe terminato di scrivere il testo il notaio per motivi che possiamo ipotizzare o intuire, ma dei quali non abbiamo piena contezza, scrisse tre brevi versi assonanzati a commento di ciò che aveva appena terminato di redigere” – dicono gli addetti ai lavori.

“Dopo così tanti secoli siamo ancora a chiederci che cosa significassero in realtà quelle poche parole, quale fosse il motivo che spinse Rainierus a scriverle. È dal desiderio di conoscere queste risposte, di renderle più precise e attendibili, che nasce il nostro interesse per quello che non è soltanto un “monumento” linguistico, ma è come una foto sbiadita di ciò che è stato il nostro mondo, prima di diventare come lo conosciamo; una foto che con tutti i mezzi a nostra disposizione ci sforziamo di far diventare più nitida e attendibile” – continuano gli esperti.

Per questo motivo è stato necessario fare il punto su quanto gli studiosi hanno scoperto o ipotizzato in riferimento a questo breve e prezioso testo, nel quale sembra che latino e volgare si mescolino in un gioco bizzarro, nel quale noi moderni percepiamo la condizione di chi doveva scrivere, per motivi storici e sociali molto complessi, in una lingua che non era quella che abitualmente parlava e dalla quale avvertiva sempre più la distanza.

Nella Postilla, l’idioma parlato, il volgare fa “un’irruzione” imprevista e improvvisa nel testo scritto, dominio incontrastato del latino, la lingua del diritto e della cultura; ma non più ormai da secoli, la favella che si udiva nelle campagne, nei borghi, nei castelli, nei conventi.