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Politica domenica 05 marzo 2017 ore 12:11

Paolo Rappuoli lascia il Partito democratico

"Il mio non è un addio, ma spero un arrivederci". Paolo Rappuoli spiega le ragioni che lo hanno portato a lasciare la segreteria del Pd badengo



ABBADIA SAN SALVATORE — Paolo Rappuoli, nel pomeriggio di sabato 4 marzo, si è dimesso da Segretario del Pd (Unione comunale di Abbadia San Salvatore, Siena). Di seguito le sue motivazioni, dettagliate e rilasciate durante l'assemblea del partito.

"In questa Assemblea  - spiega Rappuoli - non sono certo un mistero le mie posizioni critiche nei confronti della conduzione del partito e della sua linea politica, anche con riferimento all’azione dei nostri governi di questa legislatura. 

In più occasioni li ho qui manifestati, li ho anche scritti e raccontati. Dal punto di vista formale ritengo addirittura che sia stato modificato il mandato elettorale con il quale ci siamo presentati agli elettori nel 2013. Non che non lo si possa fare, ma richiederebbe un’opera di largo coinvolgimento e condivisione. 

E certo, per chi ricorda il programma “Italia, bene comune”, non ci eravamo presentati per togliere diritti ai lavoratori, per umiliare le rappresentanze degli insegnanti, per finanziare le imprese invece che lo sviluppo, per togliere le tasse a chi può pagarle, per ammaliare e deludere i giovani con promesse irrealizzate, per modificare la Costituzione in solitudine, per cambiare la legge elettorale a colpi di fiducia. Di più: dal punto di vista politico ci eravamo posti come l’asse portante di un centrosinistra largo e inclusivo, oggi siamo invece rappresentati come il partito del potere in senso non certo lusinghiero in un’alleanza anche con pezzi del centrodestra.

Si dirà, ed è anche vero, che più situazioni eccezionali – economiche, sociali – lo hanno imposto, che non tutto è stato sbagliato; si dirà anche che un Presidente della Repubblica lo ha chiesto e che la gestione precedente non è esente da errori. Anche vero. Ma quando si cambia in modo così radicale la propria missione “certificata” dagli elettori, occorrerebbe una cautela eccezionale, proprio come le condizioni che abbiamo vissuto. 

Don Milani avrebbe suggerito che “sortirne insieme è la politica”. Ecco: una parte del Pd ha invece pensato che se ne potesse uscire forzando la mano, escludendo chi non si adeguava, zittendo chi aveva un dubbio, additando quanti chiedessero un confronto e un dialogo, rottamando chi era portatore di un’esperienza. 

Come non ricordare le estromissioni dalle Commissioni parlamentari competenti di chi non era perfettamente in linea con la maggioranza? Penso che in una comunità politica, tanto più con le caratteristiche genetiche plurali del Pd, maggioranza e minoranza hanno entrambe il diritto di rappresentare la propria visione, ma è la maggioranza che ha il dovere della sintesi. 

Altrimenti si configura una sorta di dittatura di chi vince, che relega chi è portatore di un’idea diversa in una sorta di limbo e snatura la natura plurale della casa comune. Invece il metodo usato, contrabbandato come decisionista, in realtà si è rivelato l’emulazione del populismo imperante, un riconoscimento non so quanto inconscio di quelle pulsioni demagogiche, grilline e di destra, che oggi a ragione temiamo. 

Non mi sfugge neanche che, visto che i metodi usati sono stati questi, la minoranza del partito avrebbe dovuto ben prima smarcarsi da posizioni che non condivideva. Direi che per amore di un progetto ha commesso un “peccato di omissione” e spesso non mi è stato facile riconoscermi nemmeno in quel senso di responsabilità.

Nel frattempo in tanti, che pure avevano visto nel Pd una speranza, non ci hanno più capito e ci hanno abbandonato. Permettetemi di elencare i numeri di questa debacle: l’affluenza al voto è calata dal 75 per cento delle politiche 2013, al 57 per cento delle europee 2014, al 52 per cento delle regionali 2015; si stima che negli ultimi anni si siano rifugiati nell’astensionismo – ed è una novità – non meno del 15per cento di potenziali elettori di centrosinistra. Cioè nei quattro anni in cui siamo stati la maggiore forza di governo, hanno deciso di disertare le urne quasi il 50 per cento degli italiani (di questi il 60 per cento sono giovani sotto i 35 anni) e i nostri elettori hanno contribuito per più della metà.

Se parallelamente si esaminano i numeri del Pd, senza entusiasmarsi per le oscillazioni percentuali, si realizzerà che nel passaggio elettorale del 2015 (regionali parziali) abbiamo perso oltre 1 milione di voti rispetto al 2013 e oltre 2 milioni rispetto alle fatidiche europee 2014.

È già stato detto autorevolmente, ma è innegabile che questa è la vera scissione patita dal Pd. La pennellata finale della bocciatura della riforma della Costituzione ha composto un quadro le cui tinte fosche avrebbero consigliato un percorso ben diverso da quello che il Pd ha avviato. 

Mi torna in mente una situazione analoga che ho vissuto all’inizio del mio impegno politico. Le regionali del 1980 sancirono per la DC la perdita di oltre 1 milione di voti e nel 1981 il referendum sulla legge 194 dimostrò la distanza di quella classe dirigente dal sentire comune, anche del proprio elettorato. Da giugno a ottobre esponenti della società civile di riferimento (associazionismo, sindacato, competenze accademiche) furono invitati dal partito a partecipare a ben cinque convegni monotematici che sfociarono, nel novembre, in quella che le cronache definirono l’Assemblea degli Esterni; nel maggio 1982, anche sulla scorta degli esiti dell’Assemblea, si celebrò il XV Congresso. 

In pratica quel partito aveva percepito chiaramente il distacco che, a torto o a ragione, lo aveva allontanato dal suo elettorato e dal suo mondo di riferimento e, con i canoni di allora, si adoperò per tentare di ricucire lo strappo ponendosi in suo ascolto e confrontandosi, cercando cioè di capire. Non parlo del merito e nemmeno delle conclusioni di quella vicenda (che peraltro non mi entusiasmarono), mi interessa però il metodo che fu adottato.

Oggi il Pd avrebbe la necessità di adottare quel metodo; è vitale capire che non si esce da una crisi come quella descritta, rinchiudendosi in sé stessi e nei percorsi regolamentari, ma occorre riaprire il dialogo con il plurale, multicolore e multiforme popolo del centrosinistra. 

Per questo ho firmato tutte le richieste di Congresso che mi si sono presentate: per me il Congresso, specialmente in questo tempo, doveva essere l’applicazione di quel metodo e non la corsa frettolosa verso l’Elezione del Segretario e dell’Assemblea nazionale, come fin troppo assurdamente definisce la stagione congressuale lo statuto del Pd.

In ultima analisi è su questo che si è consumata anche la lacerazione con una parte del partito: sulla indisponibilità ad analizzare le sconfitte. E temo che nella rottura patita dal Pd più della decisione di alcuni di andarsene, pesi la voglia di altri di cacciare. 

In queste settimane in molti non si sono stancati di ripetere che l’unica via d’uscita erano il dialogo e il tempo per farlo, serviva il buon senso di tutti, ma, soprattutto, che la maggioranza esercitasse con responsabilità il proprio ruolo. 

A ogni appuntamento pubblico questo appello è stato lanciato, anche con proposte via via più praticabili. Dove ho potuto ho aggiunto anche la mia voce e il mio impegno. Tutti appelli rinviati al mittente, talvolta nemmeno con stile. In una battuta, la classe dirigente Pd ha deciso di curare la malattia con il farmaco che l’ha portato al collasso: la velocità, il mancato ascolto, la marginalizzazione del pensiero altrui fino alla riprovazione. Il Congresso “superveloce” è per me la goccia che fa traboccare il vaso. 

Il simbolo evidente di un partito che non vuol discutere e di una maggioranza che continua nell’autocelebrazione, nonostante tutto. E non si può giustificarlo con la semplificazione che gli stessi tempi della scorsa volta: è il contesto che non è il solito e che richiederebbe qualche attenzione in più. 

Non parteciperò quindi al percorso congressuale appena avviato e rassegno le dimissioni da tutte le cariche che attualmente ricopro nel Pd. Non è un passo indolore: sono stato un fondatore convinto del Pd fin dalla sua nascita nel 2007, ho avuto l’onore di ricoprire anche qualche ruolo al suo interno, ci lascio un pezzo della mia storia, del mio impegno e anche del mio cuore, ma non riconosco più in questo Pd il progetto che ho coltivato da anni, dal 1995 e forse anche da prima.

La mia idea non cambia e il progetto nemmeno, ma non mi sento più impegnato a realizzarlo in un partito che è stato scientemente trasformato in altro rispetto alla casa di tutto il centrosinistra e, soprattutto, dove la pluralità delle visioni è vissuta come un orpello. Il mio non è un abbandono, se possibile è un rilancio. 

Guardo con interesse a quanto si muove a sinistra del Pd: la mia personale formazione è infatti cattolico-democratica, di sinistra. Non mi interessa l’adorazione di vecchie presunte glorie peraltro non mie, sarebbe l’ennesima sconfitta; ma se verranno ascoltate quelle voci, che ci sono e che hanno in mente un nuovo processo federativo e un’appartenenza plurale, sarà la riscoperta della filosofia ulivista fondativa del Pd. 

Ritengo che molti dei temi da declinare la sinistra li può trovare oggi nel magistero di Papa Francesco. Comunque non temo l’isolamento, se questo mi lascia in pace con la mia coscienza politica, ma non cerco la solitudine, spero al contrario, di partecipare con molti altri al rilancio del centrosinistra. Cercherò di farlo nelle forme associative che me lo consentiranno; spero anche che finalmente anche il Pd capisca che porsi il problema di un ripensamento del centrosinistra è anche un suo obiettivo. 

Ho detto che mi dimetto dalle cariche che ricopro attualmente e quindi anche da Segretario dell’Unione comunale di Abbadia S.S.. Il mio mandato si sarebbe comunque concluso fra qualche mese. Mi preme innanzi tutto ringraziare quanti in questi anni si sono impegnati nella mia segreteria e mi hanno dato una mano concreta nel lavoro del partito. Non li cito: ognuno di loro lo sa bene. 

La situazione del PD del 2013 mostrava già, anche da noi, quei tratti problematici che secondo me ci conducono alle vicende dell’oggi. Ho sempre tentato di tenere dentro tutti, non sempre ci sono riuscito, ma la mia volontà è stata sempre questa.

Per quanto in mio potere ho sempre cercato di contribuire alle scelte che la nostra comunità paesana ha dovuto affrontare, cercando di ritagliare per il PD il ruolo guida che ritengo gli spetti. Spesso abbiamo parlato di bonifica mineraria, di parco museo, di sanità e di lavoro. Erano temi che avevo assunto come obiettivi prioritari della mia segreteria e, se sarà ritenuto opportuno, per quanto posso ancora fare, sono a disposizione, seppur in una posizione oggettivamente diversa.

Sull’attività interna di partito avrei voluto essere molto più presente, ma avevo fatto da subito presente che, non lavorando ad Abbadia, avrei potuto dedicare a questa attività poco più dei fine settimana e, penso, di averli onorati quasi tutti. 

La festa, mi pare di poter affermare, grazie soprattutto ai volontari di sempre, ha continuato a vivere come una manifestazione politica irrinunciabile e, con l’ultima edizione, abbiamo anche iniziato a farla evolvere in un appuntamento cittadino. 

Ci sono stati anche momenti, per me, di incomprensione, che sono andati oltre la fisiologia del confronto fra tesi diverse. Si sono essenzialmente verificati in concomitanza con le tornate elettorali. Non mi stupisco, ma noto che sono parte della metamorfosi del PD che ho cercato di rappresentare: i circoli possono davvero poco se l’attività cui sono costretti è dividersi sui candidati, costruire comitati elettorali, montare le urne e raccogliere voti o un gazebo e distribuire volantini. Sostanzialmente, quella paesana, è stata una buona esperienza di cui non mi pento. 

Spero che queste mie franche considerazioni aiutino anche il dibattito interno al PD. In buona sostanza il mio non è un addio, ma spero un arrivederci".



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