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Sabato 07 Febbraio 2026

DISINCANTATO — il Blog di Adolfo Santoro

Adolfo Santoro

Vivo all’Elba ed ho lavorato per più di 40 anni come psichiatra; dal 1991 al 2017 sono stato primario e dirigente di secondo livello. Dal 2017 sono in pensione e ho continuato a ricevere persone in crisi alla ricerca della propria autenticità. Ho tenuto numerosi gruppi ed ho preso in carico individualmente e con la famiglia persone anche con problematiche psicosomatiche (cancro, malattie autoimmuni, allergie, cefalee, ipertensione arteriosa, fibromialgia) o con problematiche nevrotiche o psicotiche. Da anni ascolto le persone in crisi gratuitamente perché ritengo che c’è un limite all’avidità.

​Io non mi fiderei di chi promuove o consuma i riti collettivi

di Adolfo Santoro - Sabato 07 Febbraio 2026 ore 08:00

C’è un precedente significativo all’Olimpiade Milano-Cortina: quello dell’Expo Milano 2015. Il sindaco di Milano, Sala, quando era commissario unico delegato del governo per l'Expo, mentì due volte: la prima quando dichiarò che il bilancio 2015 non sarebbe stato in rosso, la seconda quando dichiarò solennemente che l’operazione si concludeva con il patrimonio netto positivo. La realtà dei fatti è che ci fu un buco di 237,2 milioni e che il costo dell’Expo fu di 2,2 miliardi di euro. Ciò non ha impedito allo stesso Sala di fare il sindaco per due volte, nonostante numerose controversie, culminate nella sentenza del Consiglio di Stato a ordinare l'abbattimento di un palazzo in costruzione, che aveva le sue basi all’interno di un cortile.

Né è servito che, nel 2016 la sindaca di Roma, Virginia Raggi, rifiutasse ufficialmente la candidatura della città per i Giochi Olimpici del 2024. Per lei era evidente che la candidatura era irresponsabile, che favoriva l’Olimpiade del mattone e che era prioritario evitare ulteriori debiti, speculazioni edilizie e la creazione di cattedrali nel deserto. La decisione provocò un duro botta e risposta con il presidente del CONI, Malagò, che sosteneva invece l’opportunità economica e sportiva dell’impresa.

Siamo così arrivati alle Olimpiadi Milano-Cortina, per le quali, nel 2019, il presidente della Regione Lombardia, Fontana, dichiarò: Saranno Olimpiadi risparmiose. Talmente risparmiose che ci sono stati almeno 15 interventi normativi tra leggi, decreti, interpretazioni: dovevano essere a costo zero per lo Stato, costeranno circa 7 miliardi di euro fra evento, opere sportive e infrastrutture connesse. Senza la capacità di provare vergogna gli italiani sono costretti a sbirciare nella stampa estera per avere qualche dubbio. Per il New York Times c’è un gigantesco cantiere che attraversa tre regioni con lunghe distanze, strade strette, collegamenti complessi e nevicate, che renderanno i Giochi un incubo logistico. Per il tedesco Bild ovunque si continua a martellare, avvitare e scavare. L’inglese Guardian intitola un suo articolo Dentro la lotta alla mafia e alla corruzione alle Olimpiadi invernali e sottolinea che l’Italia ha leggi severe sulla trasparenza, ma anche molte eccezioni. Il francese Le Monde critica l’uso sistematico della neve artificiale, quell’acqua sparata, sulle cui conseguenze ecologiche e energetiche fa riflettere il tedesco Reuters.

All’interno di tutto ciò, il presidente della Fondazione Milano Cortina 2026, Malagò (sempre lui), ha dichiarato che si tratta di un’olimpiade storica (capace di unire e trasmettere un messaggio di pace per il mondo), che, nonostante momenti di lotta contro il tempo per le infrastrutture, sono state superate le criticità e che l’Olimpiade lascerà un’eredità concreta che contribuirà a una società più inclusiva.

Ma non voglio qui riflettere sulle grandi opere, a cominciare dal ponte tra due frane, e a come possano essere devastanti per l’ambiente o a come i soldi investiti avrebbero potuto essere usati per altri scopi: rischio idrogeologico, welfare, sanità, scuola, lavoro. Né voglio riflettere sul fatto che i notabili e i ricchi, sotto protezione di ICE o consimili, officiano alle loro rappresentazioni e i poveretti si entusiasmano davanti ai teleschermi.

Voglio riflettere su a che servono le grandi opere, al di là del narcisismo del promotore? Sulla tenaglia tra società dello spettacolo e populismo.

Certo, la società dello spettacolo non è più quella del 1967, su cui aveva riflettuto Debord: oggi lo spettacolo non è più mediato, ma partecipato. Per Debord lo spettacolo era la vita sociale mediata dalle immagini, oggi non siamo solo spettatori, ma oggi produciamo lo spettacolo (post, stories, reel, selfie), siamo lo spettacolo. Lo spettacolo non ci aliena soltanto: ci chiede di collaborare alla nostra stessa alienazione. Negli anni ’60 si consumavano oggetti, merci e la pubblicità prometteva felicità, oggi si consumano identità e il brand principale è il sé: i like, i follower, gli engagement sono la nuova valuta simbolica. L’individuo diventa una merce che deve continuamente valorizzarsi, l’auto-sfruttamento sostituisce la repressione.

Lo spettacolo non nasconde la realtà, la sostituisce. Per Debord lo spettacolo è una rappresentazione falsata del reale, oggi, invece, il reale è progettato per essere rappresentabile: se non è condivisibile, sembra non esistere. Gli eventi sono pensati per i social, le esperienze sono vissute in funzione della foto, le opinioni sono modellate su ciò che è visibile e virale. Viene a cadere la distinzione vero/falso, a favore di visibile=reale.

Mentre lo spettacolo classico rendeva passivi, quello contemporaneo ci rende iperattivi,eccitati, ma politicamente e criticamente inermi. È tutto movimento e nessuna trasformazione: lo scroll, i commenti, l’indignazione continua.

Lo spettacolo diventa automatizzato, previsto, opaco; è lui che decide cosa vediamo/cosa non vediamo, cosa desideriamo/cosa non vogliamo: è la fine del libero arbitrio.

È un’esperienza emotiva permanente, fatta di immagini, di emozioni inconcluse, di micro-drammi, di narrazioni continue. La realtà diventa una serie infinita di storie brevi, intense, dimenticabili, perfetto per un capitalismo che non vuole memoria né durata.

Ma per partecipare emotivamente occorre che il popolo sia diviso in squadre. Tutto deve diventare gara: reality, talent, festival, talk show, persino l’informazione. Lo schema fisso diventa, come nell’arena dei gladiatori, vincitori/vinti, pro/contro, like/hate, trending/irrilevante. Il conflitto reale è sostituito da una competizione simbolica continua e la competizione non serve a decidere, ma a mantenere il rito collettivo. Festival, premi culturali, sport, gare di cucina o di moda: la gara non produce esiti, produce attenzione. Il giudizio è simulato, la polemica è incorporata, lo scandalo è programmato. Non importa chi vince: importa che tutti reagiscano. Il conflitto è a costo zero: nessuna trasformazione, massima esposizione.

La politica diventa invettiva, la rissa è rituale. Non si argomenta, si interrompe, si umilia, si performano identità. Qui populismo e media coincidono perfettamente. La politica diventa rappresentazione di se stessa, la rissa non nasconde il vuoto, lo sostituisce.

L’informazione è manipolata: non c’è inganno, solo formattazione: spesso le notizie non sono false, sono formattate per dividere; i titoli sono polarizzanti, emotivi, semplificanti; la verità non viene negata, viene incorniciata. Il vero diventa post-verità strutturale: non cosa è vero, ma come deve reagire il pubblico.

Tutto è a modello della pubblicità, che funziona comunque: non promette davvero, strizza l’occhio, ammette implicitamente di mentire. La menzogna diventa un linguaggio condiviso, non crediamo alla promessa, ma partecipiamo al gioco, riconosciamo il codice, restiamo dentro il flusso.

E ritrovare il nemico/avversario, la divisione, funziona! Semplifica, accelera, fidelizza, riduce la complessità, produce appartenenza immediata, elimina il tempo del pensiero. È economia dell’attenzione allo stato puro.

Uscirne non significa smettere di guardare, ma vergognarsi di continuare a partecipare ai riti collettivi, vergognarsi di agire e reagire come previsto. Per questo motivo io, al tuo posto, mi vergognerei di continuare ad andare sui social, ad accendere la televisione, a far parte di una squadra, a mangiare cibo collettivo, a pregare, a masturbarmi anche facendo sesso con un altro. Mi vergognerei di essere consumato mentre consumo! Sarei continuamente attento ai messaggi del corpo individuale e ecologico! Farei solo piccole opere, talmente piccole, che solo chi vive nella consapevolezza può accorgesene!

Adolfo Santoro

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